L’adozione oltre la retorica: ascoltare le persone adulte adottate significa cambiare radicalmente il modo in cui la società parla di famiglia, origine e appartenenza. L’articolo di Valentina Pigmei, “Uno sguardo diverso sull’adozione”, pubblicato su L’Essenziale – Internazionale, offre un punto di partenza prezioso perché mette finalmente al centro chi è stato adottato, non solo chi adotta.
Dallo storytelling salvifico alla complessità
Molte narrazioni pubbliche sull’adozione restano ancorate al copione “bambino salvato + genitori dal grande cuore”, che produce retorica, sentimentalismo e silenzi. Pigmei mostra quanto sia ingombrante l’assenza della voce adulta adottata nei media italiani e come questa assenza deformi lo sguardo collettivo: si parla di atti d’amore, iter burocratici, a volte di “casi limite”, ma molto meno di lutti, domande identitarie, rabbia legittima o semplice ambivalenza.
Il fatto che molte testimonianze emergano oggi sui social – tra creator leggeri come Arnold e voci più critiche – indica che lo spazio del racconto è stato cercato altrove, fuori dai canali tradizionali. Questo spostamento non è neutro: significa che il discorso sull’adozione non è più monopolio di tecnici, giornalisti o genitori, ma viene rivendicato da chi ne è protagonista in prima persona.
“L’amore non basta”: razza, potere e consapevolezza
Una delle frasi più forti dell’articolo è quella di Espérance Hakuzwimana: “l’amore non basta”, soprattutto quando l’adozione è internazionale e transrazziale. Qui la questione non è mettere in dubbio l’affetto dei genitori, ma riconoscere che il razzismo sistemico non si scioglie con la buona volontà: un genitore bianco deve accettare di non poter proteggere del tutto un figlio nero se non acquisisce strumenti per leggere il contesto in cui vivono.
La critica all’adozione internazionale come possibile “distanza di sicurezza” dalla famiglia d’origine è scomoda ma necessaria. Quando si spende molto denaro per far arrivare un bambino lontano da casa, mentre i sistemi di tutela nel paese d’origine restano fragili, la domanda su chi stiamo realmente mettendo al centro – il bambino o il desiderio adulto di genitorialità – non può più essere elusa.
Diritti, origini e responsabilità delle istituzioni
Dal punto di vista dei diritti, l’Italia appare paradossale: è tra i paesi con più adozioni in Europa, ma con norme ancora legate a un modello di famiglia tradizionale che esclude coppie omosessuali, single e conviventi non sposati. A questo si aggiunge l’assenza di una legge organica che garantisca alle persone adottate di rintracciare le proprie origini, rendendo la ricerca spesso un percorso solitario e rischioso sui social.
L’osservazione di Monya Ferritti – “se ci fosse una reale attenzione all’infanzia, andrebbero aggiustati i sistemi, non vietata l’adozione” – sposta il focus dalle scelte individuali alle strutture. Allo stesso modo, quando Espérance Hakuzwimana ricorda che adottare un bambino significa adottare anche la sua storia, ricorda agli adulti che non basta “offrire un futuro migliore” se non si riconosce il trauma, la perdita e la continuità con il passato.
Gratitudine, lutto e identità
L’articolo insiste su un punto che chi lavora con le famiglie adottive conosce bene: il tema della gratitudine può diventare una gabbia. La testimonianza di Paolo Di Paolo è illuminante: l’autore racconta un’adozione vissuta senza rancore, ma anche la sensazione di una “storia negata” esplosa nel momento della paternità, quando vede per la prima volta un volto che gli somiglia e sente di non poter restituire a sua figlia un racconto completo delle origini.
Qui emerge la dimensione del lutto non elaborato: l’idea che “più si è piccoli, più l’adozione è facile” è smontata dal riconoscimento che la perdita c’è sempre, indipendentemente dall’età di ingresso in famiglia. Preparare le persone – genitori, operatori, docenti – significa accettare che l’adozione è un’esperienza strutturalmente ambivalente, dove amore e ferita convivono e nessuno dei due può cancellare l’altro.
Né solo storia individuale né solo questione privata
Le parole di Devi Vettori e la storia di Roberto Cecchini mostrano quanto l’adozione non sia solo una vicenda intima ma anche una questione politica e sociale. Vettori parla di adulti adottati con grandi risorse ma anche con un trauma che riemerge in corrispondenza di lutti e separazioni, e denuncia un sistema che lascia spesso soli coloro che cercano la famiglia d’origine.
Roberto, “né a casa né straniero” tra Italia e Brasile, incarna la tensione tra riconoscenza per il proprio percorso e consapevolezza dei traumi, fino a confrontarsi con documenti falsi e identità amministrative che non coincidono con quella reale. La sua domanda finale – meglio il destino adottivo, pur con tutti i suoi dolori, o la vita che avrebbe avuto restando nel paese d’origine? – non ha una risposta pacificante, ma costringe chi legge a uscire dalla logica del “lieto fine garantito”.
Perché questo sguardo ci serve oggi
Prendendo spunto dall’articolo di Valentina Pigmei, la sfida per chi comunica, educa o fa politica è duplice:
- smettere di raccontare l’adozione solo dal punto di vista degli adulti che scelgono di adottare;
- riconoscere alle persone adottate il diritto di essere viste non come eterni “figli adottivi”, ma come soggetti pieni, con una storia, desideri, contraddizioni e parole proprie.
In questo senso, lo sguardo proposto non offre risposte semplici, ma apre un varco: sposta la conversazione dall’idea di “atto d’amore” a quella di relazione complessa, attraversata da lutti, potere, razza, diritto alle origini e, soprattutto, dalla necessità di ascoltare chi, fino a oggi, è stato il meno interpellato quando si parlava di adozione.
