Adozione internazionale: due lingue, due culture? Lingua materna, identità e scuola

Adozione internazionale due lingue, due culture

Il bambino con adozione internazionale è portatore di una lingua e di una cultura di origine e arriva in Italia, spesso tra i 5 e i 7 anni, con tutti i prerequisiti per diventare bilingue. Tuttavia, questo patrimonio linguistico e culturale rischia di trasformarsi in una grande occasione perduta, perché la sua lingua madre viene rapidamente abbandonata a favore dell’italiano.

Adozione internazionale e bilinguismo

Il video “Adozione internazionale: due lingue, due culture?” fa parte della serie “Intervista all’esperto di bi/multilinguismo” del progetto Il giardino multilingue, condotto da Karin Martin con la collaborazione di Jessica Paolillo. Ospite dell’episodio è il Prof. Egidio Freddi, linguista e glottodidatta che da anni studia il rapporto tra acquisizione dell’italiano e adozione internazionale.

A partire dai dati recenti sulle adozioni (circa 250 adozioni concluse nel primo semestre 2021 in Italia), l’intervista inquadra il bambino adottato come soggetto potenzialmente bilingue, che porta con sé un “dono linguistico e culturale” spesso non riconosciuto e non sostenuto adeguatamente.

Chi è davvero un parlante bilingue?

Una parte centrale del dialogo è dedicata alla domanda “Chi è un parlante bilingue?”: il bilinguismo non è la somma di due monolinguismi, ma una condizione dinamica, con competenze asimmetriche che cambiano nel tempo. Le ricerche di psicolinguistica e neuroscienze mostrano che non esistono due lingue “perfettamente uguali” nella stessa persona, ma profili linguistici unici che dipendono dalla storia di vita.

Nel caso dell’adozione internazionale, la situazione è definita “struggente”: il bambino arriva con una L1 biologica forte e una nuova L2 da acquisire, ma la transizione spesso avviene attraverso un’erosione linguistica rapida della lingua di origine, con costi emotivi e cognitivi non trascurabili.

La L1 come patrimonio e risorsa

Il professore insiste sul valore della lingua materna primaria (L1): è il primo sistema linguistico che il bambino sedimenta, qualunque sia il suo destino successivo. Le neuroscienze mostrano che ogni nuova lingua viene appresa a partire dalla struttura della prima, che funge da matrice per tutte le acquisizioni linguistiche successive.

Per i bambini con adozione internazionale, la L1 è una risorsa irripetibile perché racchiude anni di esperienza linguistica e culturale in contesti di origine molto diversi da quello italiano. Ignorare questa storia linguistica significa non comprendere fino in fondo le condizioni psico‑linguistiche di questa popolazione unica di bambini.

Identità, scuola e momenti critici

L’intervista affronta anche il legame tra lingua e identità: esiste una “vita linguistica prima dell’adozione” e una “vita linguistica dopo l’adozione”, che vanno considerate insieme per capire lo sviluppo identitario del bambino. La coesistenza di due sistemi linguistici e culturali può diventare una grande ricchezza mentale e relazionale, ma richiede contesti affettivi ed educativi capaci di valorizzarla.

Un momento critico segnalato da Freddi è il passaggio tra scuola media e superiore, quando il linguaggio scolastico diventa più astratto, metaforico e specialistico. In assenza di un lavoro mirato sulle abilità meta‑strategiche (capire tra le righe, affrontare testi complessi, gestire linguaggi burocratici e accademici), le difficoltà possono amplificarsi e proseguire fino all’università.

Il ruolo dei genitori e delle istituzioni

Secondo il professore, il peso maggiore dell’accompagnamento linguistico e identitario grava ancora sui genitori adottivi, nonostante esistano responsabilità condivise tra famiglie, scuola e servizi territoriali. In gioco ci sono diritti fondamentali: diritto allo studio, all’inclusione, alla pari dignità sociale e allo sviluppo dell’identità culturale dei ragazzi.

Le risposte efficaci nascono quando le diverse agenzie formative lavorano in sincronia, superando interventi frammentati “a macchia di leopardo”. Serve un cambio di approccio metodologico: comprendere chi è un bambino adottato dal punto di vista psico‑linguistico e quanto il linguaggio possa essere risorsa o “corto circuito” nei momenti cruciali del suo percorso.

Glottodidattica umanistica e inclusione

Nella parte finale, Freddi propone tre parole chiave per lavorare bene con studenti con adozione internazionale: glottodidattica umanistica, accessibilità glottodidattica e inclusione. Una glottodidattica umanistica mette al centro il soggetto apprendente, valorizzando la dimensione affettiva e relazionale dell’insegnamento delle lingue.

L’accessibilità glottodidattica implica progettare materiali pensati specificamente per questi ragazzi, che poi si rivelano utili per l’intera classe. L’inclusione viene definita non come concetto astratto, ma come “modo di fare le cose insieme”, una pratica quotidiana che riconosce la pluralità linguistica e culturale come risorsa per tutti.

Per approfondire tutti questi temi – dai dati sulle adozioni internazionali al ruolo della L1, fino alle strategie didattiche per scuola e famiglia – è possibile guardare il video completo “Adozione internazionale: due lingue, due culture? – Prof. Egidio Freddi #19” qui sotto o sul canale YouTube Il giardino multilingue – Karin Martin.