Dal desiderio di un figlio al gruppo di condivisione

Dal desiderio di un figlio al gruppo di condivisione

Il desiderio è il primo impulso per conoscere e capire,
è la radice di una pianta delicata,
che se sai coltivare ti tiene in vita.

Giorgio Gaber

Le domande non finiscono mai, e sono tante, troppe.

Iniziano con un chi?

Cosa, come, quando, quanto tempo, perché, quale, con chi? Sono tante e tutte diverse tra loro, alcune parlano di passato altre di futuro, ma alla base di tutto c’è un unico sentimento che le abita e sa di presente, un desiderio che per qualcuno nasce improvviso, vedendo, frequentando le case e le vite di fratelli, amici, conoscenti, per qualcuno invece è un sogno nato lontano negli anni e portato nel cuore: avere un figlio, diventare genitore.

Il desiderio di maternità/paternità sa essere molto intenso, specie se accade che la vita ti faccia capire in modo abbastanza preciso che la tua strada non è quella di diventare genitore in modo “classico”, con i tempi stabiliti (più o meno…) e nel modo che è in uso dall’origine del mondo per incontrarsi con i propri genitori: si dice in modo “biologico”.

Capita che il desiderio rimanga una realtà astratta, il tempo passa e inizi a pensarci con una tensione diversa, arriva l’ansia ce la farò?

(le domande, appunto) – tenti con una serie di cure mediche, interventi dai nomi strani, che fanno sentire un po’ malati sia te che il tuo compagno e che possono avere anche esito positivo, qualche volta, ma non sempre, nonostante tutto.

È una fase delicata, è un momento difficile per una coppia, è l’attesa di un’attesa, il tempo non passa mai ed è molto facile sentirsi depressi.

Ci vuole molto sforzo e molta elasticità e comprendere che l’arte più importante da imparare al momento è quella della pazienza, che spesso manca.

Il figlio che non arriva, nonostante tutto, è un dolore vero, del resto la procreazione appartiene agli istinti primari di ripetizione di sé, unico antidoto umano alla morte: tuo figlio e suo figlio e suo figlio ancora attraverseranno i secoli e una parte di te sopravviverà in questo mondo.

Ma non è tutto lì, si può tentare di andare oltre questo dolore, scoprire qualcosa di nuovo di altro.

Stefano Benni in un suo libro suggerisce: “Le ore in cui si aspetta non hanno la durata del tempo quotidiano. La loro misura non è quella di un pendolo che oscilla regolare, ma quella di un cuore che batte, a spasmi e inciampi. (…) Il tempo dell’attesa ti circonda, ti avvolge interminabile. È come navigare in un mare di cui non si vede la fine. Chi sto aspettando? Che importanza ha… L’importante è che io ora vivo in questa parte dell’universo, nel pianeta dell’attesa, separato e diverso dal pianeta di chi non aspetta nulla e nessuno. E la mia ansia, il mio cuore, i miei pensieri impazziti non si calmeranno… Si può aspettare qualcuno che ha bisogno di noi o che noi crediamo abbia bisogno di noi, oppure di cui in fondo abbiamo bisogno. È tempo perso questo aspettare? O è il tempo più necessario e prezioso, il prezzo che dobbiamo pagare all’affetto, alla cura, alla fratellanza? Chi aspetta davvero è vivo, aspetta sempre con amore…”.

Mentre si aspetta che qualcosa accada capita che una parola attraversi la nostra mente come una cometa, e all’inizio è così veloce che non si riesce neanche a capire cosa sia, ci sembra troppo misteriosa per noi, la parola Adozione: e se adottassimo un figlio?

Come si fa? A chi ci rivolgiamo? Quando? Saremo capaci? Ecc. ecc.

Ecco che si ricomincia con la serie di domande che continuano a non finire mai, tutto come prima, si cambia solo il soggetto.

Quando si decide di adottare un figlio si entra in un mondo enorme fatto principalmente di attese, si aspetta sempre qualcosa, e noi sappiamo bene cosa, anzi, chi aspettiamo, aspettiamo di incontrare un figlio, ma dove e quando non si sa, l’unica cosa che è certa è che il tempo di attesa sarà lungo, ce lo dicono sempre tutti: gli operatori del TM, dei servizi sociali, le famiglie adottive, gli enti che incontriamo, quanto non si sa, ma lungo.

In tutto questo tempo ci si sente spesso soli, nascono molti dubbi e non si sa con chi condividerli perché si tratta quasi sempre di argomenti specifici riguardanti l’adozione, attinenti al percorso che stiamo facendo, sentiamo il bisogno di essere compresi e guidati, di avere informazioni, di potersi confidare.

Gli stessi bisogni sono anche quelli di chi è già diventato genitore, ha bisogno di condividere con qualcuno le proprie ansie, di essere compreso e nello stesso tempo di avere una maggiore comprensione dei propri figli, che come noi hanno in testa molte domande, spesso nascoste dietro a rabbia, agitazione e difficoltà relazionali.

L’esperienza delle famiglie adottive della nostra associazione, che si chiama “Le querce in fiore” nasce da qui, dalle domande senza risposta, dal non essere riusciti a trovare e dall’aver continuato a cercare insieme qualcosa di più.

I passi per costituirsi associazione

Mentre si aspetta che qualcosa accada capita che una parola attraversi la nostra mente come una cometa, e all’inizio è così veloce che non si riesce neanche a capire cosa sia, ci sembra troppo misteriosa per noi, la parola Adozione: e se adottassimo un figlio? Come si fa? A chi ci rivolgiamo? Quando? Saremo capaci? Ecc. ecc. ecco che si ricomincia con la serie di domande che continuano a non finire mai, tutto come prima, si cambia solo il soggetto.

Quando si decide di adottare un figlio si entra in un mondo enorme fatto principalmente di attese. Si aspetta sempre qualcosa, e noi sappiamo bene cosa, anzi, chi aspettiamo, aspettiamo di incontrare un figlio, ma dove e quando non si sa. L’unica cosa che è certa è che il tempo di attesa sarà lungo, ce lo dicono sempre tutti: gli operatori del TM, dei servizi sociali, le famiglie adottive, gli enti che incontriamo, quanto non si sa, ma lungo. In tutto questo tempo ci si sente spesso soli, nascono molti dubbi e non si sa con chi condividerli perché si tratta quasi sempre di argomenti specifici riguardanti l’adozione, attinenti al percorso che stiamo facendo. Sentiamo il bisogno di essere compresi e guidati, di avere informazioni, di potersi confidare.

Gli stessi bisogni sono anche quelli di chi è già diventato genitore, ha bisogno di condividere con qualcuno le proprie ansie, di essere compreso e nello stesso tempo di avere una maggiore comprensione dei propri figli, che, come noi hanno in testa molte domande, spesso nascoste dietro a rabbia, agitazione, difficoltà relazionali. L’esperienza delle famiglie adottive della nostra associazione, che si chiama “Le querce in fiore” nasce da qui, dalle domande senza risposta, dal non essere riusciti a trovare, e dall’aver continuato a cercare insieme qualcosa di più.

Le querce sono alberi che non fanno i fiori, ma noi crediamo nelle cose impossibili. Le nostre vite e le vite di tutti quelli che con noi condividono la vita dell’Associazione da 12 anni ce lo dimostrano: le cose impossibili possono diventare possibili, quando e dove meno te lo aspetti.

Questo nome è stato inventato a maggio 2012, una sera intorno ad un tavolo dove eravamo riuniti per interrogarci sul continuare un cammino iniziato con una identità diversa. Facevamo infatti parte di un’altra Associazione che si occupa da anni di gruppi di auto aiuto in diversi ambiti della vita famigliare. Abbiamo sentito la necessità di avere un nostro percorso, perché essere genitori adottivi, essere figli adottivi è una situazione di vita specifica e ci voleva uno spazio di approfondimento dedicato esclusivamente alle sue moltissime e varie esigenze.

Ci eravamo incontrati anni fa, fuori da una scuola primaria del nostro paese in provincia di Firenze, a Sesto Fiorentino, in un giardino pubblico. Abbiamo condiviso i nostri vissuti mentre i nostri bambini giocavano insieme. Giorno dopo giorno ci siamo scambiati le nostre gioie, dolori, fatiche, scoperte, lamenti, incomprensioni, frustrazioni, suggerimenti, idee … Abbiamo pensato di fare qualcosa di più, di unirci per trovare qualcuno che ci aiutasse a comprendere meglio la condizione delle nostre famiglie, che ci fornisse suggerimenti sull’adozione e dintorni.

Nel cercare l’aiuto nei diversi angoli della nostra città abbiamo fatto una scoperta: il confrontarci sui nostri cammini, il condividere esperienze ci faceva stare meglio. Non risolveva i nostri problemi, ma ci aiutava ad affrontarli con un altro spirito, con più leggerezza e sicurezza. Non ci sentivamo più soli, strani, ma la scoperta che altri avevano affrontato le stesse nostre difficoltà ci faceva sentire bene, ascoltati nel profondo, compresi come poche volte era accaduto durante l’iter adottivo e in grado di poter a nostra volta comprendere, ascoltare noi stessi e i nostri figli nelle loro piccole e grandi difficoltà.

Siamo stati fortunati, il luogo d’incontro l’abbiamo trovato grazie ad un’Amministrazione Comunale che è stata sensibile ai nostri problemi. Abbiamo avuto uno spazio nel Centro per la Famiglia del Comune, chiamato “Il Melograno” dove potevamo trovarci tra di noi e dove abbiamo iniziato ad organizzare incontri per approfondire temi che potevano aiutarci a crescere la consapevolezza di cosa volesse significare davvero adottare un figlio ed essere stati adottati. Abbiamo avuto serate di incontro con medici, psicologi, assistenti sociali e vari operatori del settore adozione, oltre scrittori, insegnanti, esperti in DSA, abbiamo approfondito il massaggio infantile, la musicoterapia. Accanto alla rete di coppie in attesa e famiglie che si sostengono l’una con l’altra è nata una rete di professionalità utili.

Dall’associazione “La ginestra” abbiamo appreso la tecnica dell’auto aiuto. Due venerdì al mese ci ritroviamo seduti in cerchio, a condividere i nostri vissuti. Il nostro gruppo accoglie insieme coppie in attesa e famiglie con figli, per uno scambio utile a tutti: chi è all’inizio del percorso ha necessità di capire dove sta andando, cosa fare, come fare e chi è già genitore ha la possibilità di rivedere se stesso e il proprio cammino. Una condivisione di storie, emozioni, sensazioni, pensieri che aiuta a crescere come coppia e come famiglia.

Un proverbio africano recita “Per crescere un bambino ci vuole un’intero villaggio”: il cammino dell’adozione è un’esperienza di vita intensa, bella ma complessa, che ci fa sperimentare insieme gioia e dolore, fatica e leggerezza. Noi consigliamo alle persone che lo percorrono di non viverlo mai da soli, di vincere i timori e affidarsi ad altri che conoscono la strada da percorrere o che desiderano conoscerla … Se avete bisogno di informazioni più approfondite, contattateci, vi racconteremo in modo più approfondito come siamo “nati”.

Cristina Bacci

Quando si decide di adottare un figlio si entra in un mondo enorme fatto principalmente di attese, si aspetta sempre qualcosa, e noi sappiamo bene cosa, anzi, chi aspettiamo, aspettiamo di incontrare un figlio, ma dove e quando non si sa, l’unica cosa che è certa è che il tempo di attesa sarà lungo, ce lo dicono sempre tutti: gli operatori del TM, dei servizi sociali, le famiglie adottive, gli enti che incontriamo, quanto non si sa, ma lungo.

Se vuoi, condividi anche la tua esperienza con noi. Scrivici o inviaci un video…

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